di Silvia Grasso
È il 1987 quando, per iniziativa della Libreria delle donne di Milano, viene pubblicato “Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”. Si tratta di un lavoro collettivo e alla base c’è un’idea dalla portata rivoluzionaria: scrivere una vera e propria genealogia femminile, non solo ricostruendone le radici passate ma soprattutto mettendo in parola, nero su bianco, l’esperienza di un gruppo di donne che, a Milano tra il 1966 e il 1986, hanno fatto materialmente pratica di cura, amicizia e collaborazione tra loro. In altre parole e più sinteticamente:hanno fatto pratica e politica femminista
Ho deciso di partire da qui per affrontare il tema di questa settimana perché ricordo chiaramente il momento in cui, leggendo questo libro per la prima volta, sono rimasta rapita dal concetto di affidamento. L’espressione si riferisce a un tipo di relazione particolare in cui quello che avviene è che una donna si affida a un’altra donna, osservandone i comportamenti, seguendo gli insegnamenti, imparando a stare al mondo.
È molto importante tenere a mente che il contesto è quello dell’Italia degli anni ’70 in cui, grazie al movimento femminista, si prende coscienza del fatto che le donne sono completamente escluse dalla sfera pubblica e l’unico modo per entrarci è replicare il comportamento della cultura maschile. In passato, costruire una rete simbolica, linguistica, comportamentale tutta al femminile, ha rappresentano una risposta al modello egemone maschile, una alternativa che ha reso possibile una modalità di conoscenza e apprendimento in cui le donne, ispirate e guidate da altre donne, sono riuscite a trovare la loro strada, a conoscere se stesse, costruendosi una propria identità. Le donne sono state modello per le altre donne. Vi chiedo di tenere a mente questo punto perché ci servirà tra poco.
Ho pensato alla pratica di affidamento femminista per tutta la settimana perché – per tutta la settimana – mi sono ritrovata a discutere dei temi affrontati dalla miniserie Netflix Adolescence.Ne ho parlato ampiamente dal mio profilo Instagram e se volete saperne di più vi rimando agli ottimi articoli di approfondimento scritti da Paolo Armelli, Sara Uslenghi e Lorenza Negri per Wired. A distanza di giorni continuo a credere che il grande merito della serie sia stato quello di mostrare gli effetti di fenomeni la cui conoscenza non è scontata né mainstream. Abbiamo sentito nominare parole come incel, manosfera, redpille non meno importante persino Andrew Tate, l’influencer misogino attualmente sotto processo per tratta di esseri umani e stupro. Adolescence fa conoscere al pubblico ciò che la teoria femminista conosce e monitora da molto tempo.
Partiamo dalla base: si identificano sotto l’etichetta di InCel (Involuntary celibates) uomini soli, incapaci di instaurare relazioni sentimentali e sessuali con le donne. Questa incapacità non è riconosciuta come tale anzi, al contrario, dal loro punto di vista ad essere colpevoli di questa mancanza relazionale sono proprio le donne che, per questo motivo, sono viste come il sesso nemico da perseguitare e, nei casi estremi, distruggere, annientare.
Si tratta di una sottocultura radicalizzata che agisce soprattutto nelle piattaforme online, blog, canali telegram dedicati dove è possibile portare avanti senza alcun controllo idee misogine e campagne di odio verso le donne. Questa fittissima rete virtuale viene indicata con il nome di manosphere (maschiosfera), una dimensione maschiocentrica in cui tutto ruota attorno a una determinata idea di uomo e di mascolinità. La sottocultura InCel e le questioni ad essa connesse sono al cento dei Men’s studies il filone di ricercaanglosassone che si occupa di studiare in che modo le influenze culturali e sociali agiscono sui modelli di mascolinità dominante. Tuttavia è dagli anni 2000 che, con l’affermazione dei social media e in concomitanza con stragi connesse a gravi episodi di violenza maschile, il fenomeno InCel diventa una questione estremamente urgente.
I celibi involontari vengono anche chiamati “casti non per scelta” e io trovo molto centrato il riferimento alla castità (e dunque alla sessualità) perché il sesso – lo sappiamo bene – è uno strumento di potere e di controllo e attraverso la sua assenza, ovvero la mancanza della sessualità agita e scelta dagli uomini, emerge la frustrazione di una modalità di vivere la condizione maschile che non conosce alternative.
Questo gruppo di uomini che odia le donne individua nel femminismo l’origine di tutti i mali perché lo considera colpevole di avere promosso l’emancipazione femminile attraverso la conquista dei diritti, prendendo di mira la maggiore e nuova esposizione delle istanze femministe, resa possibile anche grazie al femminismo della quarta ondata la cui spinta è connessa al mondo online. Ma l’incitamento allo stupro o alla schiavitù sessuale – pratiche considerate necessarie per riportare all’ordine le donne – rappresenta solo la manifestazione più estrema di un problema che in realtà resta diffuso perché completamente normalizzato, e che, inevitabilmente, sfugge al confinamento virtuale e prende vita nella realtà. La misoginia quotidiana è introiettata nella nostra società al punto da essere invisibile. Ci siamo assuefatti alla misoginia.
Se vi state chiedendo in che modo questo sia possibile, vi invito a fare un giro su Youtube o Spotify per vedere – per esempio – quanti podcast, fatti da uomini per gli uomini, sono interamente dedicati alla promozione di una cultura misogina dove viene veicolata una violenza indicibile senza nessun tipo di conseguenza, tranquillamente alla luce del sole; esistono interi profili di dating coach, ovvero coloro che si definiscono “artisti della seduzione”, che sono impegnati a condividere tecniche per conquistare le donne ridotte semplicemente a meri oggetti sessuali. Anche questi impuniti e alla luce del sole.
Recentemente un personaggio controverso come Fabrizio Corona ha calcato due teatri importanti, Il teatro Nazionale di Milano e l’Alfieri di Torino, portando avanti uno spettacolo di quasi due ore dove vessava e insultava letteralmente donne note come Selvaggia Lucarelli, Elodie o Giorgia Meloni.
Tutto questo davanti a un pubblico visibilmente divertito e – ricordiamolo – pagante. La nostra società è disposta a pagare per vedere una violenza che dovrebbe essere sempre e solo condannata.
Tra gli InCel compaiono anche gli MRA (men’s rights activists) ovvero gli attivisti per i diritti degli uomini che nell’ultima campagna elettorale americana sono stati individuati da Trump come una fetta elettorale importante su cui concentrare le energie e infatti hanno rappresentato il 60% dei voti andati al partito repubblicano.
Anche in Germania, abbiamo assistito a uno scenario simile dove il partito dell’ultradestra Alternative für Deutschland è stato il più votato dai giovani maschi mentre le giovani donne tra i 18 e i 24 anni hanno votato per il 34% il partito di estrema sinistra Die Linke. Si chiama Modern Gender Gap ed è il fenomeno per cui le giovani donne (tendenzialmente più formate, lavoratrici e indipendenti) sono sempre più progressiste e votano a sinistra e i giovani uomini, sempre più conservatori, votano a destra.
Se i giovani uomini votano a destra è perché nelle destre dei nazionalismi vedono rappresentata quell’idea di forza, prepotenza e mascolinità che reputano un modello da seguire. Vedono rappresentata una visione di mondo ostile alle donne, sempre più misogina e violenta, che ostacola intenzionalmente i diritti civili e la libertà femminile. Il sessismo e il razzismo diventano una fortezza per assicurarsi di poter mantenere una identità che deve essere preservata.
Se ho iniziato questa newsletter raccontandovi della pratica dell’affidamento femminista è perché ritengo necessario che una pratica simile venga messa in atto anche nella sfera maschile. Abbiamo un disperato bisogno di uomini che si facciano carico di altri uomini, diventando modelli alternativi a quelli machisti promossi dalle destre mondiali. È un compito difficile perché se, nella loro storia, le donne lo hanno sempre fatto, gli uomini no. Si tratta ora di un richiamo alla responsabilità che è anche un richiamo alla sopravvivenza.
Questa volta non quella femminile, ma soprattutto maschile.
(Newsletter Roba da femmine, 26 marzo 2025)